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giorno della memoria: la portinaia apollonia PDF Stampa E-mail
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Scritto da gabriellaR   
Venerdì 27 Gennaio 2012 15:53

Il 27 gennaio, anniversario della liberazione dei reclusi sopravvissuti dal campo di concentramento e sterminio di Auschwitz, viene commemorato nel mondo come "Giorno della Memoria", in cui ricordare la Shoah.

 

Anche noi a scuola lo abbiamo fatto.

 

 

 

 

Leggi la storia e guarda le illustrazioni cliccando sull'immagine

  

 

 

 

 

 

Questa è la storia di un bambino che si chiamava Daniel e di una portinaia di nome Apollonia.

La portinaia Apollonia portava occhiali con i vetri grossi.
I suoi occhi sembravano pesci grigi in un acquario..

I bambini le gridavano 
«Apollonia, Apollonia, quanti polli hai mangiato?»
Anche Daniel le gridava«Apollonia, Apollonia, quanti polli hai mangiato?»,

e lei gli correva dietro agitando la scopa, se no i bambini non lo avrebbero più voluto a giocare con loro.
Daniel però si nascondeva dietro gli altri.
Sperava che Apollonia non lo vedesse.


La portinaia Apollonia era una strega, e Daniel ne aveva una paura tremenda.


Sua mamma lo aveva sgridato. Diceva che strillare stupidaggini alla gente non faceva ridere nessuno.
Diceva anche che Apollonia sembrava arcigna, ma in fondo era buona come il pane.
Ecco perché la mamma sbagliava.
Il pane lo mangiavano perché avevano una grande fame, ma non era buono.
C’era la guerra e il pane non bastava per tutti.
I fornai per farlo pesare di più mischiavano alla farina chiodi, pezzetti di spago e altre cose.
Così il pane sembrava più grande, ma non era buono.
E nemmeno Apollonia era buona.
Ma la mamma non lo capiva e certe volte si fermava a parlare con lei.
Daniel allora si nascondeva il più possibile dietro alla sua gonna e ogni tanto tirava fuori un dito perché Apollonia vedesse quanto era magro.

Così faceva il bambino della fiaba.
Alla sua strega, che anche lei non ci vedeva per niente, faceva toccare un ossetto di pollo.
La strega pensava che fosse un dito e diceva:

«Sei troppo magro, ti mangerò quando sarai più grasso».
Ma Apollonia il dito magro neanche lo guardava.

Delle volte Daniel doveva uscire da solo.
Andava nei negozi vicini per comprare la roba da mangiare.
C’era sempre troppa gente e il fornaio diceva:

«Mettetevi in fila». Proprio come a scuola.

La mamma di Daniel non poteva stare troppo tempo in fila.
Doveva lavorare per certe suore che ricamavano lenzuola.
Le suore avevano un vestito nero lungo, un velo nero e una luna bianca-bianca sotto la faccia.
Davano alla mamma le lenzuola e lei gliele cuciva.
Le suore dicevano a tutti che le avevano ricamate loro, ma la madre di Daniel era contenta così.

Agli ebrei era proibito lavorare.

Forse volevano farli riposare, però la mamma diceva che era meglio fare qualcosa, se no i soldi per comprare da mangiare chi glieli dava?

Nella città c’erano moltissimi soldati cattivi.

Si chiamavano tedeschi.

Tutti quanti.

La gente diceva che i tedeschi volevano prendersi gli uomini giovani per portarli via e farli lavorare per loro.
Specialmente gli ebrei.

Per questo papà era scappato.

Se n’era andato via a piedi con un fagotto in spalla.
Voleva raggiungere i soldati buoni che stavano arrivando per cacciare via quelli cattivi.

Daniel certe notti sognava suo padre. Lo vedeva sempre mentre attraversava un fiume in mezzo a un prato e dall’altra parte c’erano i soldati buoni che lo aspettavano e lo abbracciavano forte.

Mentre sua madre cuciva Daniel andava nei negozi.
Nella fila c’erano più che altro donne e certe erano alte e grosse,
anche se non mangiavano tanto per via della guerra.
Le donne stavano strette strette appiccicate l’una all’altra per paura che qualcuna volesse passare avanti e prendersi tutto il pane.
Per Daniel non c’era tanto posto, ma lui si ficcava in mezzo, ed era come stare sotto a una capanna. Nessuno lo vedeva.
Ma quando veniva il suo turno saltava su come un pupazzo a molla da dentro la scatola.

Le donne dicevano: «E questo da dove è scappato fuori?» ma il fornaio gli dava il pane senza fare storie.

Quando arrivava a casa gridava «Maammaa!» finché la mamma si affacciava e veniva prenderlo al portone.
Mai e poi mai avrebbe accettato di passare da solo davanti alla portinaia Apollonia.
La mamma credeva che Daniel la volesse al portone perché non poteva stare troppo tempo senza di lei.
Pensava che fosse un capriccio, però lo accontentava.
Ma la verità era che lui non voleva entrare da solo, per via della strega seduta là in attesa.

Quella mattina Daniel era arrivato con il pane e un cartoccetto di zucchero.
E aveva chiamato: «Mamma!».
La finestra non si era aperta.
E allora Daniel aveva gridato «Mamma mamma!!» un’altra volta.
Ma poi un passo fino al portone aveva dovuto farlo.

E così era successo.

Qualcuno lo aveva afferrato da dietro per le spalle mentre una mano gli premeva forte forte sulla bocca.
Non poteva gridare e nemmeno respirare.
«Aiuto! Aiuto!» Daniel poteva solo urlarlo dentro di sé.
Per la paura vedeva tutto nero e certe linee colorate e cattive gli facevano zig-zag davanti agli occhi.

Aiutooo!!

La strega (poteva essere solo la strega) lo stava trascinando verso la cantina, e dopo…

Dopo ancora più giù.

Verso lo stanzino del carbone.
Uno stanzino quasi nascosto e così nero sopra e sotto che a passarci davanti nessuno si sarebbe accorto che esisteva.
Ma lui sì che l’aveva visto, una volta che la porta era spalancata.
Doveva essere quella la casa segreta della strega,
il posto dove rinchiudeva i bambini per farli ingrassare.

«Allora avevo ragione io» pensava Daniel.
E il fatto di avere ragione gli faceva ancora più paura.
La strega lo aveva buttato su un mucchio di carbone.
Lo sentiva il carbone fare crac crac sotto di lui, però non vedeva niente.

Ma cosa stava succedendo?
La mano che gli chiudeva la bocca gli sembrava diversa.
Più piccola. Più morbida.

«Zitto, zitto!» sentì sussurrare.
Ma questa era la voce della mamma…

«Sono venuti i tedeschi per portarci via insieme agli altri ebrei…
Apollonia è riuscita ad avvertirmi e mi ha nascosto qui.
Mi ha promesso che ti avrebbe aspettato lei al portone e ti avrebbe portato da me».

Apollonia?!

«Sì, Apollonia. Io mi sono fidata. Sapevo che l’avrebbe fatto».
Sua mamma lo abbracciava piangendo, ma solo un po’.
«Apollonia» provò a dire dentro di sé Daniel «la strega Apollonia».

Ma allora le fiabe non raccontano sempre la verità.

Forse anche una strega certe volte può salvare un bambino.

 

 

Ultimo aggiornamento Domenica 20 Gennaio 2013 13:22
 

Commenti  

 
0 #3 Chiara L. 2014-01-27 15:22
Bellissima! Una storia che ci fa riflettere per tenere sempre viva la memoria.
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0 #2 marina 2014-01-24 14:53
:cry:
e bello ha dei sentimenti menti forte
Citazione
 
 
+2 #1 Martina 2013-01-17 17:56
Mmmmm....Anche questa storia è bella
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